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		<description>Ogni settimana tieniti aggiornato con tutti i cotenuti di MArteMagazine: Editoriali, speciali e report live del MArteMagazine</description>
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		<title>Montedidio, Napoli</title>
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		<description>&lt;h6&gt;[TEATRO]&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;   MILANO- Pubblicato nel 2001, &lt;em&gt;&lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;Montedidio&lt;/span&gt;&lt;/em&gt; è stato definito dal quotidiano francese &lt;em&gt;Le Monde&lt;/em&gt; uno dei migliori lavori di &lt;strong&gt;Erri De Luca&lt;/strong&gt;. Il romanzo è ambientato in un quartiere popolare napoletano, Montedidio per l’appunto, in cui De Luca, con la sua magica prosa, conduce il lettore, creando una sorta di dimensione ibrida tra sogno e realtà.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;La storia narrata infatti sembra quasi una favola: protagonista un ragazzino di tredici anni che si innamora di una bella coetanea, Maria. Purtroppo però in un quartiere come Montedidio anche le favole devono fare i conti con la realtà, particolarmente dura per i due piccoli protagonisti. Ma al di là delle vicende personali, in questo lavoro di De Luca è proprio Napoli ad esser protagonista: Napoli con le sue mille povertà, Napoli con i suoi odori, Napoli con i suoi ricatti e con i suoi sotterfugi, ma soprattutto Napoli con il suo dialetto, lingua unica e distinta. E’ infatti lo stesso protagonista a notare come “&lt;em&gt;l’italiano è una lingua senza saliva, il napoletano invece tiene uno sputo in bocca e fa attaccare bene le parole&lt;/em&gt;”.&lt;br /&gt; Insomma, un romanzo sicuramente che si presta a diversi piani di lettura e di non facile    rappresentazione. Nonostante la sfida non fosse delle più facili, &lt;strong&gt;&lt;em&gt;Montedidio&lt;/em&gt; &lt;/strong&gt;è stato scelto per diventare la prima produzione della Fondazione Culturale di Gallarate e della Compagnia Stabile del Teatro del Popolo, nate entrambe nel 2005 con lo scopo di gestire i due teatri cittadini, oltre a progettare ed organizzare appuntamenti e festival di ampio respiro, dedicati all’arte, alla letteratura, alla filosofia e alla scienza.  in particolare, questa prima produzione nasce, secondo gli organizzatori, “&lt;em&gt;dalla scommessa e della convinzione che ai ragazzi si possa - forse, oggi, sempre più si debba - parlare con rispetto, di cose serie, con delicatezza ma senza bamboleggiamenti, ammiccamenti, tabù. Da questo punto di vista lo splendido romanzo/fiaba di Erri De Luca - con la sua ricchezza - ci ha semplicemente catturato, portandoci con sè verso uno spettacolo che avvertiamo come necessario&lt;/em&gt;&quot;. Ed è probabilmente da questa convinzione che è nata anche l’idea di allestire due &lt;em&gt;mattinèe &lt;/em&gt;dedicate alle scuole del milanese presso il Teatro Filodrammatici, &lt;em&gt;mattinèe&lt;/em&gt; che si sono aggiunte alla consueta e canonica rappresentazione serale.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; La trama vede come protagonista un ragazzino (interpretato da un giovane e convincente &lt;strong&gt;Samuel Salamone&lt;/strong&gt;) che è costretto a crescere in fretta, a bruciare le tappe, a causa delle dure vicissitudini che la vita gli riserva. Allo scoccare dei tredici anni, complice la malattia della madre, si ritrova infatti a dover imparare il mestiere per poter aiutare le disastrate finanze familiari. Entra così nella bottega di Mast'Errico (&lt;strong&gt;Gabrio Monza&lt;/strong&gt;), un falegname che gli insegna i rudimenti del mestiere; qui conosce anche lo strano Rafaniello (portato in scena da una simpatica &lt;strong&gt;Gianna Emmanuello&lt;/strong&gt;), un calzolaio ebreo proveniente dal nord Europa, al quale un angelo ha predetto che avrebbe raggiunto    la Terra Promessa con le ali che, giorno dopo giorno, si stanno formando nella sua gobba. Ma il ragazzino non scoprirà solo i dolori che la vita può riservare, ma anche le gioie, grazie ad una coetanea, Maria (interpretata da un’altra giovanissima attrice, &lt;strong&gt;Paola Ferraguto&lt;/strong&gt;), la quale, pur vivendo un dramma personale, saprà fargli conoscere, per la prima volta, l’amore.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Ovviamente la trasposizione teatrale di un romanzo e in particolar modo di un romanzo lirico come &lt;em&gt;&lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;Montedidio&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;, presta il fianco a problematiche di varia natura. Innanzitutto, il rischio principale è quello di perdere strada facendo elementi caratterizzanti come certi personaggi secondari, certi scorci cittadini, certe emozioni, ma soprattutto un certo linguaggio che affonda le sue radici nel dialetto napoletano, nei suoi suoni che, grazie alle sue origini, De Luca sa padroneggiare, consapevole che a Montedidio “&lt;em&gt;molti di noi non lo parleranno mai l’italiano e moriranno in napoletano&lt;/em&gt;”. &lt;br /&gt; Nonostante queste perdite fisiologiche e per certi versi inevitabili, anche per motivi geografici (la &lt;em&gt;piecè&lt;/em&gt; è  pur sempre nata e rappresentata in Lombardia), il risultato finale è comunque degno di nota e regala allo spettatore un racconto di formazione, che evidenzia come il sogno e l’utopia rappresentino ancore di salvezza e speranza in una vita che spesso sa regalare solo tragedie e dolori. Nel caso dei protagonisti la tanto agognata ancora è l’esperienza sentimentale che fornisce ai giovani protagonisti quella forza capace di aiutarli a sentirsi meno soli e ad affrontare, insieme, il mondo. Perché in fondo “&lt;em&gt;chi sta solo è meno di uno&lt;/em&gt;”.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;em&gt;Christian Auricchio&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;...</description>
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		<dc:date>2010-03-10T22:05:57+00:00</dc:date>
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		<title>La bisbetica domata </title>
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		<description>&lt;h6&gt;[TEATRO]&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;   ROMA–  Una delle più rappresentate commedie di &lt;strong&gt;William&lt;/strong&gt; &lt;strong&gt;Shakespeare&lt;/strong&gt; per uno spettacolo nel pieno rispetto della tradizione, ma con diversi tratti di originalità e innovazione. Si tratta de &lt;strong&gt;&lt;em&gt;La bisbetica domata&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;, portata in scena al Teatro Ghione di Roma &lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;dal 23 febbraio al 7 marzo&lt;/span&gt; per la regia di &lt;strong&gt;Caterina Costantini&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;La storia è nota: un ricco padre e due figlie da sistemare, Bianca (&lt;strong&gt;Fatima Ali&lt;/strong&gt;&lt;strong&gt; Abdirashid&lt;/strong&gt;), dolce, amabile e circondata da tre pretendenti, e Caterina (&lt;strong&gt;Selene Gandini&lt;/strong&gt;), la maggiore, scontrosa, bisbetica e ribelle. La decisione di non concedere Bianca in sposa finché non sarà impalmata Caterina e il provvidenziale arrivo del nobile Petruccio (&lt;strong&gt;Alessandro Parise&lt;/strong&gt;), in cerca di una ricca dote e incurante del brutto carattere di colei che potrà fornirgliela. Tra inganni, travestimenti e    rivelazioni varie si celebrerà il matrimonio e, grazie al carattere forte e ad un comportamento anche più bisbetico e prepotente del suo, Petruccio riuscirà a domare la bella e riottosa Caterina. &lt;br /&gt;Pochi invece sanno che questa storia è un altro esempio di meta-teatro, ovvero di teatro nel teatro, tante volte usato proprio da Shakespeare nelle sue opere. La commedia infatti è introdotta dalla storia di Sly, un calderaio ubriacone vittima, in una locanda, dello scherzo di un nobile burlone, che gli fa credere di essere in realtà un gran signore che ha vissuto per tanti anni in una sorta di sogno, nel quale era convinto di essere un povero calderaio. Nella stessa locanda si ferma una compagnia di attori girovaghi che per festeggiare il ‘risveglio’ del ricco signore viene pregata di rappresentare una delle sue commedie. &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;   Caterina Costantini&lt;/strong&gt; ha voluto riproporre l’idea della cornice, ma invece della storia originale ha scelto di prendere spunto dalla realtà. Dal 1592 al 1594, infatti, i teatri di Londra furono chiusi a causa della peste e proprio in quel periodo &lt;strong&gt;Shakespeare&lt;/strong&gt; scrisse, tra le altre opere, questa commedia. Nel suo spettacolo, dunque, la Costantini propone che sia una compagnia a riposo forzato a causa della peste a mettere in scena l’opera di un giovane scrittore, un po’ libertino e in crisi d’ispirazione, finalmente completata grazie allo stimolo di un lauto compenso.&lt;br /&gt;Tradizione e innovazione, dunque. E proprio come accadeva nei teatri di Londra alla fine del ‘500, anche qui la scena è uno spazio vuoto, animato solo dall’azione e dalle parole degli attori, nonché dai colori brillanti dei loro costumi.&lt;br /&gt;Una novità, invece, ammirare una Caterina bionda ed esile, a dispetto della sua lingua lunga, e una Bianca di colore, ipocrita e un po’ smorfiosa, come a voler sottolineare con i contrasti il gioco della commedia tra ciò che è e ciò che appare.&lt;br /&gt;Tutti molto bravi gli interpreti. Oltre a &lt;strong&gt;Selene Gandini&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;Alessandro Parise &lt;/strong&gt;e&lt;strong&gt; &lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;Fatima Ali&lt;/strong&gt;&lt;strong&gt; Abdirashid&lt;/strong&gt;, in scena &lt;strong&gt;Fernando Cormick&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;Vincenzo De Luca&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;Flaminia Fegarotti&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;Enrico Franchi&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;Federico Frignani&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;Gabriele Granito&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;Alberto Mancini&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;Saverio Mattei&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;Rodolfo Medina&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;Diego Maria Pianese&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;Vita Rosati&lt;/strong&gt;. I costumi sono di &lt;strong&gt;Graziella Pera &lt;/strong&gt;e&lt;strong&gt; &lt;/strong&gt;le&lt;strong&gt; &lt;/strong&gt;musiche di &lt;strong&gt;Luciano Francisci&lt;/strong&gt; e &lt;strong&gt;Stefano Conti&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Emanuela Meschini&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;</description>
	</item>
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		<dc:date>2010-03-10T21:59:01+00:00</dc:date>
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		<title>1 Marzo 2010: Giornata delle Culture Migranti </title>
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		<description>&lt;h6&gt;[TEATRO]&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;   ROMA- “Nudo”: sebbene solo per pochi istanti, ho percepito una irrisoria parte del disagio di chi abbandona patria, averi e famiglia per rivendicare il diritto di (soprav)vivere. Anche io come loro: spinto, strattonato, additato, strigliato e fotografato, con un flash capace di abbagliarti e confonderti.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Come me tutti gli altri ospiti e spettatori: ci hanno separato gli uni dagli altri, prevalentemente in base al sesso, e poi ci hanno sbraitato in Dio solo sa quale lingua, richiedendoci chissà quali permessi e carte. La pièce teatrale/reportage &lt;strong&gt;&lt;em&gt;Ricordi Lontani/Oggi&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt; della compagnia Teatro di Nascosto/Hidden Theatre inizia sul piazzale del Palladium quando, aspirando l’ultima boccata della mia sigaretta, è iniziata la mia “deportazione” verso l’interno della struttura. E lì lo spettacolo vero e proprio, atto di racconti, voci e testimonianze: “&lt;em&gt;ricordi di guerra ed oppressione, di viaggi della speranza per una vita migliore in un paese sconosciuto…&lt;/em&gt;”. Crudezza, urla, pianti, strepiti e lacrime nei ricordi degli attori; poi qualche sorriso (amaro) nell’assistere a stage surreali per acquisire la cittadinanza italiana. Infine, per la seconda volta, il cast “di bianco vestito” si dispone attorno a noi, cattivo come all’inizio, pronto per prenderci e portarci via. Senza meta. Noi di nuovo impauriti davanti all’incognita, al disordine e alla vergogna. Noi di nuovo trattati come loro, solo perché avevamo lasciato i nostri agi, le nostre dimore e sicurezze per essere loro ospiti. Noi gli stranieri, loro gli autoctoni: di nuovo sullo spiazzale, di nuovo “nudi”. E dire che ho anche avuto, solo per un secondo, la tracotanza di lamentarmi del mio cappotto abbandonato per la fretta sulla poltrona. La regia di &lt;strong&gt;Annet Henneman&lt;/strong&gt;: nel cast &lt;strong&gt;Gianni Calastri, Annet Henneman, Ridvan Ozman Rodi, Cinza Cacace, Francesca Anzelmo, Flavia Gallo, Stefano Galieni, Antonio Stinelli&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; La serata, ripresi i nostri posti (che temevamo dover nuovamente abbandonare) procede con il    concerto &lt;strong&gt;&lt;em&gt;Trasmigrazioni: Odio memoria e convivenza&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;. &lt;strong&gt;Rocco De Rosa&lt;/strong&gt;, direttore artistico di &lt;em&gt;Ethnicus Festival delle Culture Migranti&lt;/em&gt;, commenta così lo spettacolo: “&lt;em&gt;Parliamo dell’odio razziale, della memoria, della nostra immigrazione, delle migliaia di morti annegati, di quelli che si sono messi in viaggio alla ricerca di una vita più umana. Raccontiamo le loro vite, le loro famiglie, i loro mondi. Eppure la nostra musica, con l’incontro di musicisti sardi, cantanti etiopi e voci senegalesi, riesce a dimostrare una nuova possibilità di convivenza e di arricchimento reciproco&lt;/em&gt;”. Un tripudio di suoni e canzoni, di lingue e di dialetti, di percussioni e coreografie, di immagini e di disegni di sabbia, il tutto intervallato da reading ed interventi audio. Una ottima performance per ricordare che l’immigrazione è una ricchezza per tutti, che la diversità è abbondanza e bellezza. Per non dimenticare che anche noi italiani siamo stati (e siamo tuttora)  accolti e ospitati e, talora, trattati come oggi spudoratamente trattiamo loro. &lt;br /&gt; La musica armonizza, confonde i nostri colori e, a fine concerto, ci ritroviamo tutti un po’ più “simili”. Perché tra loro e noi non c’è differenza, solo un diverso punto di vista: e vale la pena scoprirlo. Al pianoforte &lt;strong&gt;Rocco De Rosa&lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;, Andrea Pisu&lt;/strong&gt; alle launeddas e &lt;strong&gt;Alberto Cabiddu&lt;/strong&gt; alle percussioni e cori, voce di &lt;strong&gt;Badarà Seck&lt;/strong&gt;, “Kaw” &lt;strong&gt;Dialy Mady Sissoko&lt;/strong&gt; alla Kora, &lt;strong&gt;Pino Pecorelli&lt;/strong&gt; al contrabbasso e al basso elettrico, voci narranti di &lt;strong&gt;Giuseppe Boy&lt;/strong&gt; e &lt;strong&gt;Saba&lt;/strong&gt;&lt;strong&gt; Anglana&lt;/strong&gt;, immagini di &lt;strong&gt;Silvia Giulietti&lt;/strong&gt;, coreografie di &lt;strong&gt;Sara De Fanis&lt;/strong&gt;, alla danza mediterranea &lt;strong&gt;Natalia Bonanese&lt;/strong&gt;, ai disegni di sabbia &lt;strong&gt;Licio Esposito&lt;/strong&gt; e &lt;strong&gt;Luciano Del Sette&lt;/strong&gt; per i viaggi perduti. Applausi meritati.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Francesco Salvatore Cagnazzo&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;...</description>
	</item>
	<item rdf:about="http://www.martelive.it/martemagazine/martemagazine-news/5972-il-teatro-degli-orrori-pronti-per-due-ore-di-caos">
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		<title>Il Teatro degli Orrori: pronti per due ore di caos?</title>
		<link>http://www.martelive.it/martemagazine/martemagazine-news/5972-il-teatro-degli-orrori-pronti-per-due-ore-di-caos</link>
		<description>&lt;h6&gt;[MUSICA]&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;   ROMA- Avete presente la sensazione che si prova nelle giostre itineranti tipo il tagadà o simili? Aggiungete come sottofondo la musica de &lt;strong&gt;Il&lt;/strong&gt; &lt;strong&gt;Teatro degli Orrori&lt;/strong&gt; e riuscirete a capire cosa è successo &lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;mercoledì 3 marzo&lt;/span&gt; al Circolo degli Artisti.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Dopo il recente abbandono di &lt;strong&gt;Giulio Favero&lt;/strong&gt; la curiosità legata alla nuova line up era molta. La band affida a  &lt;strong&gt;Tommaso Mantelli&lt;/strong&gt; l’arduo compito di sostituire il possente basso di Favero, il cui apporto live raggiungeva una pienezza sonora che ha spinto Capovilla e soci ad aggiungere un’altra chitarra: quella di &lt;strong&gt;Nicola Manzan&lt;/strong&gt; che, oltre a supportare ed accompagnare &lt;strong&gt;Gionata Mirai&lt;/strong&gt;, dona con qualche nota di violino maggiore completezza e musicalità al live.&lt;br /&gt; Ma tutto quello che di musicale viene dal palco è oscurato dalla presenza “ingombrante” di &lt;strong&gt;Pier Paolo Capovilla&lt;/strong&gt; che, per l’ennesima volta, catalizza tutta l’attenzione su di sè.&lt;br /&gt; Nonostante il dito rotto e un’evidente ingessatura, il frontman non perde occasione di lanciarsi in una serie di stage diving. La security prova in tutti i modi a trattenerlo, ma è impossibile. E’ come se in lui ci fosse una forza quasi animalesca che gli permette di volare sopra le teste dei due omoni sotto palco, evitando così di essere afferrato prima del suo atterraggio sul pubblico.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Tra la folla non si respira, la calca e la frenesia è senza precedenti. Le urla di adrenalina    raggiungono la band che, senza sosta, macina brani sempre più potenti, sempre più sconvolgenti e sempre più assordanti. Ad ogni concerto la temperatura cresce e con essa il trasporto del pubblico e la follia del Teatro. &lt;br /&gt; Osservare da dietro la transenna il volto di Capovilla è sconvolgente: è come assistere alla trasformazione di Dottor Jekyll in Mr Hyde. Afferra il microfono con dolcezza, parla con voce calda e serena e, dopo “A Sangue Freddo”, invita tutti a fare un forte applauso a &lt;strong&gt;Ken Saro Wiwa&lt;/strong&gt;. Ma quando inizia la musica cambia tutto: i suoi occhi si infuocano, la sua voce assume un tono quasi demoniaco e il microfono assume espliciti riferimenti fallici.&lt;br /&gt; La scaletta è interminabile, risulta difficile elencare tutti i brani e gli encore si sprecano.&lt;br /&gt; Finisce il concerto, ma non gli stage diving. A turno tutta la band si getta sulla folla stordita e ubriaca dopo due ore di noise/rock da effetto centrifuga.&lt;br /&gt; Si torna a casa con la soddisfazione di aver assistito all’ennesimo successo de &lt;strong&gt;Il Teatro degli Orrori&lt;/strong&gt;, ma anche con i timpani sfondati e qualche livido sul corpo da poter orgogliosamente mostrare agli amici…&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;em&gt;Paola D’Angelo&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;</description>
	</item>
	<item rdf:about="http://www.martelive.it/martemagazine/martemagazine-news/5971-imogen-heap-musica-che-fa-sognare">
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		<title>Imogen Heap: musica che fa sognare</title>
		<link>http://www.martelive.it/martemagazine/martemagazine-news/5971-imogen-heap-musica-che-fa-sognare</link>
		<description>&lt;h6&gt;[MUSICA]&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;   ROMA- &lt;strong&gt;Imogen Heap - &lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Ellipse World Tour&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;, partito a febbraio giunge oggi alla prima delle tre tappe italiane. Il tour toccherà dapprima l'Europa con date già in sold out per poi approdare negli altri continenti, vedendo la cantautrice britannica promuovere il suo terzo album solista, &lt;strong&gt;&lt;em&gt;Ellipse &lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;pubblicato nel 2008.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Un percorso, quello delle trentatreenne, londinese di adozione, come pochi altri. Una donna ormai giunta ad una maturità artistica ben consolidata, dato il suo precoce avvicinamento alla musica, che si manifesta in tutto il suo splendore. Acconciatura da palcoscenico, come anche la &lt;em&gt;mise &lt;/em&gt;un pò glitterata, la Heap sale sul palco del Circolo degli Artisti &lt;span style=&quot;text-decoration: underline;&quot;&gt;venerdì 5 marzo&lt;/span&gt;, con tanto da dare ma    anche tanto da ricevere. &lt;br /&gt; Il pubblico e' di quelli affezionati, da molto non vedevo tanta gente così preparata ed attenta nel seguire ogni nota, ogni mossa, un pubblico che cattura quasi quanto lo svolgersi dell'esibizione.&lt;br /&gt; La scenografia è ben curata, come fulcro un pianoforte trasparente sul quale appoggia un albero di cartone, luci sapientemente diffuse creano bagliori fluorescenti. Si preannuncia una serata memorabile. Ad accompagnare Imogen ci sono due violinisti, che di tanto in tanto abbandonano il loro strumento per dedicarsi alle percussioni, nel rispetto della tradizione della cantante (che oltre al suo amato piano suona anche violoncello, clarinetto, hang) e un chitarrista.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Sperimentazione è la chiave dei suoi concerti con la voce usata come uno strumento. L'impiego sapiente di sintetizzatore e campionamenti rende il panorama musicale della cantante vasto, facendolo spaziare dall'elettronica al pop fino all'ambient con stacchi di vuoto strumentale sul quale la sua voce si inserisce pienamente, e alternati beat di congas a contrasto. E proprio in questo senso si svolge una piacevolissima “Just for now” a cappella, che vede Imogen andare avanti e indietro per il palco in veste d'insegnante di canto, dividendo il pubblico in file. Il risultato è magnifico, esperimento riuscito in pieno.&lt;br /&gt;    Tra un brano e l'altro lunghe interazioni con la gente, le piace avere contatto con chi la segue e questa è una delle chiavi del suo successo, come si evince dai numerosi interventi nel suo blog e i video che puntualmente posta per aggiornare i fans. E per ripagare questo, una versione, ancora piu' dolce dell'originale, di “It's good to be in love” accompagnata da un coro di voci all'unisono. Ma quando le luci si spengono e tutti con un inchino salutano per andare via, il pubblico vuole di più e non passerà nemmeno un minuto dal rientro in scena della Heap, che in chiusura ci regala il meglio, la perla delle sue composizioni: “Hide and seek”, eseguita solo voce e keytar, tratta dall'album &lt;em&gt;Speak for yourself&lt;/em&gt;, con la quale faccio un salto indietro con la mente fino al 2005, quando la ascoltai per la prima volta durante uno spot televisivo e ne rimasi ipnotizzata. Ironica, fantasiosa e fonte d'ispirazione per chi la circonda, questa l'opinione che di lei mi sono fatta…&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;em&gt;Laura Fioravanti&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;</description>
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