LONDRA- Da Londra festeggia i 10 anni TRAID - Textile Recycling for Aid and International Development - e il suo esempio è di grande ispirazione. Da 10 anni, infatti, recupera, ricrea e rivende abiti di seconda mano generando un meccanismo di fundraising senza precedenti che ha permesso ad oggi il finanziamento di 8 progetti internazionali di sviluppo umanitario.
E la creazione di un brand, TRAIDremade che omaggia il connubio moda e riciclo ponendosi come vera e propria alternativa all’industria dell’abbigliamento, presente in undici punti vendita sparsi in tutta la città.
Fuori dal classico stereotipo di “charity” polverose e imbalsamate nel meccanismo delle donazioni, la londinese TRAID ha sviluppato un modello di organizzazione al passo con i tempi che si inserisce a pieno titolo nella logica “win to win” dove ogni parte coinvolta e insieme benefattrice è beneficiaria: salvaguardia dell’ambiente, lotta alla povertà globale, sviluppo moda etica e artigianato tessile ringraziano.
E per i 10 anni di TRAID, le pareti della Richard Young Gallery di Londra ci hanno raccontato,
attraverso l’esposizione fotografica Cutting the chains, di uno dei tre centri di ricamo, fondato in India da Traid, per la valorizzazione del lavoro tessile domestico delle donne, qui sviluppato in un’ottica imprenditoriale. Madrina dell’evento la supermodel londinese Erin O’Connor che ha posato insieme alle donne impegnate nel centro di Rajiv Nagar (East Delhi).
Ma come lavora TRAID, qual è la formula di tanto successo, può essere un modello replicabile in una realtà diversa da quella inglese? A queste ed altre domande risponde Miss Enedina Columbano, appassionata Responsabile della rete vendita e capo delle operazioni esecutive di riciclo.
Circa 2 milioni di sterline allocate per 8 progetti di sviluppo su scala mondiale, 25 mila tonnellate di rifiuti tessili in meno in discarica, riduzione di 350 mila tonnellate di CO2 nell’aria, 37.000 tra bambini, giovani e adulti sensibilizzati all’importanza del riciclo, ben 11 negozi e un proprio marchio di moda. Da dove siete partiti per arrivare fino a qui?
Traid nasce nel 1999 posizionandosi immediatamente come unica “charity” inglese dedicata al riciclo e seguendo sin da allora le tre linee operative: attività di riciclo, attività di educazione e sensibilizzazione al riciclo e quindi alla protezione dell’ambiente, attività di sostenimento a progetti che affrontino con ottica costruttiva la povertà globale “overseas”. Siamo partiti con sei negozi ereditati da un’altra charity più la warehouse e abbiamo proseguito negli anni con grande coerenza interna che ha reso e rende ognuna delle nostre attività il riflesso, il rafforzamento e la conseguenza dell’altra. In tal modo abbiamo acquisito grande credibilità.
Quali sono i Paesi finora coinvolti nei progetti umanitari promossi e finanziati da TRAID e in particolare su quali aspetti dello sviluppo umanitario si concentrano?
I progetti cui destiniamo il nostro budget presentano una costante, sono iniziative poste in essere da partner internazionali per sviluppare delle vere e proprie economie, fatta eccezione per i casi di emergenza, come il terremoto che ha colpito Haiti, per il quale siamo intervenuti con un immediata donazione in denaro. Generalmente però interveniamo con un’ottica di progettualità: in Malawi a abbiamo finanziato progetti per la costruzione e la vendita di dispositivi solari in grado allo stesso tempo di illuminare e permettere il caricamento dei telefoni cellulari; ai training professionali in cui si mostravano i benefici dello sfruttamento dell’energia solare in termini economici, di risparmio energetico e qualità della salute (rispetto al’utilizzo del kerosene), qui come in altri paesi dell’ Africa dell’Est e del Sud America ha fatto seguito lo sviluppo di una microimprenditoria che ha installato pannelli solari su scuole, cliniche, centri aggregativi. Anche in India, in particolare in Nepal ci si sta concentrando con dei workshop ad hoc per lo sviluppo di attività legate alle energie pulite: sole, vento e acqua. Ci battiamo inoltre contro lo sfruttamento del lavoro minorile purtroppo molto impiegato nelle piantagioni di cotone del sud est dell’India e per il miglioramento delle condizioni lavorative in generale secondo standard internazionali in Africa. A Benin, per esempio, Africa Occidentale, siamo in prima linea con una campagna anti pesticidi per la produzione di cotone organico che migliorerà le condizioni di salute dei lavoratori oltre che dell’ambiente. E sempre per restare in Africa grandi risultati sono stati raggiunti attraverso la costruzione in Kenya di scuole e asili per non parlare del gran contributo di Traid in Madagascar, con il finanziamento di parte del programma nutrizione e salute, una manna dal cielo in un contesto che si trovava a pagare la diffusione del virus HIV e gli effetti gravissimi di una crisi dovuta al cibo insalubre. Tantissima attenzione al lavoro tessile femminile “protagonista” della celebrazione del nostro decimo anniversario e testimoniato dalle foto dell’esposizione “Cutting the chains”: il centro
di ricamo di Rajiv Nagar permette alle donne di lavorare nelle migliori condizioni, vedendo il loro lavoro valorizzato al massimo attraverso la vendita diretta dei propri manufatti dal centro di produzione all’acquirente, senza figure intermediarie. Le competenze di ciascuna lavoratrice vengono altresì sviluppate nel corso del tempo attraverso costanti corsi d’aggiornamento che le donne possono frequentare senza preoccupazioni, essendo il centro dotato di asili per i propri figli, come nelle realtà imprenditoriali più all’avanguardia.
Da tanta passione è nato TRAIDremade, un brand che è un emblema di quanto la creatività sia il seme della vita continua, l’arma per non arrendersi, ma piuttosto della trasformazione, della ri-creazione. Chi disegna i capi TRAIDremade?
TRAIDremade è la nostra etichetta di moda consapevole, è stata lanciata nel 2002 come fiore all’occhiello della nostra attività di “rivamping”che vuol dire riportare il prodotto in voga, renderlo nuovamente “vamp”. Tagli, sovrapposizioni, cuciture e assemblaggi ed ecco che dalla lana di un vecchio maglione mixata alla pelle di una giacca “demodè” viene fuori una borsa assolutamente fashion il cui valore si carica di unicità perché è assolutamente impossibile trovare una borsa uguale sul mercato. Attualmente vengono prodotte due collezioni TRAIDremade all’anno corredate di accessori e disegnate per ora da un’unica stilista, Paula Kirkwood che da Brighton ci suggerisce i tipi di stoffe e i colori su cui desidererebbe lavorare. A quel punto noi cerchiamo nel materiale raccolto e le inviamo quanto richiesto, di li a poco gli abiti così“riconfezionati” TRAIDremade vengono distribuiti in tre dei nostri negozi rispettivamente a Brighton, Brixton e Camden e da pochissimo, è possibile
acquistarli anche on line sul sito www.traidremade.com il cui lancio avverrà in questi giorni portandosi dietro tutto il nostro entusiasmo. In passato abbiamo collaborato con altri stilisti, ma abbiamo riscontrato che l’etichetta non aveva una sua identita’ avendo ogni stilista una proprio stile. Ma ad oggi ti dico penso che avendo a che fare con “rejects” lo stilista deve creare e improvvisare nello stesso tempo e non escludo future collaborazioni con stilisti emergenti.
Puoi descriverci le fasi del “nuovo ciclo di vita” del vintage dal momento della donazione al guardaroba del nuovo acquirente?
Settimanalmente dai nostri 980 contenitori di raccolta, giungono qui presso la nostra sede operativa, trasportati dai nostri camion, tutti i beni donati, adeguatamente imballati e registrati secondo il peso e la provenienza. Ogni singolo capo passa su una pedana mobile “conveyor belt”, per essere selezionato ad opera di personale preposto, garantendo l’assoluta qualità degli indumenti destinati alla vendita in negozio. Tutto cio che non risponde al criterio qualità, viene comunque destinato ad altri partner che acquistano merce per grandi quantitativi. Ovviamente ci arriva di tutto, non solo vestiti, ma riusciamo ad incanalare quasi tutte le “risorse recuperate” e ad oggi con grande orgoglio possiamo dire di essere sempre più vicini all’obiettivo “Zero Waste” ovvero al raggiungimento di rifiuti pari a zero, poiché solo l’8% dei materiali raccolti, prevalentemente coperte, cuscini (soft forniture) non trova mercato e finisce quindi in discarica.
Nei negozi poi, appassionati commessi talvolta con l’ausilio di volontari, si occupano dell’allestimento e della vendita degli abiti TRAID e TRAIDremade ad un clientela attenta che continuerà a far circolare il valore del capo acquistato.
Considerando che i “charity shop”, specie quelli legati al recupero e alla vendita degli
abiti e oggetti usati costituiscono la più diffusa quanto redditizia attività di fundraising per le ONP locali, gli 11 punti vendita TRAID sono comunque riusciti ad emergere, ad avere una propria riconoscibilità. Merito anche della rete di partnership che avete attivato con pubs, shopping center, scuole, chiese, ma anche con i grandi marchi, degna di nota la collaborazione con il noto brand TIMBERLAND. Ce ne puoi parlare?
Sì i charity shop hanno avuto un percorso storico in Inghilterra che li rende familiari alla gran parte della popolazione, il primo ad essere così definito risale al 1948 ed era destinato alla raccolta fondi per fronteggiare l’emergenza fame in Grecia durante la seconda guerra mondiale. Da li si è fatta tanta strada, si è superata la forma “bazar” e c’è stata una differenziazione nella tipologia di merce venduta. (arredamento, book shops, vintage shops). In tale contesto Traid si fa notare, non c’è dubbio e viene riconosciuto sicuramente perché ha uno stile definito e trendy che sa parlare alle vecchie quanto alle nuove generazioni, che ha saputo usare la moda come strumento di massima diffusione di valori.
Piccoli e grandi si sono accorti di noi ed ecco che la Timberland ci ha contattato per attivare una collaborazione a più livelli: ci forniscono resti di magazzino o merce invenduta da rivendere o rilavorare, stiamo infatti creando una collezione di borse TRAIDremade per Timberland che verrà venduta nei loro punti vendita di Londra, all’interno del quale saranno presenti dei nostri raccoglitori dove i clienti potranno donare le proprie giacche e scarpe usate Timberland ottenendo uno sconto del 20% sui nuovi acquisti! I ricavi, attraverso Traid, sono legati in particolare al progetto sulla conversione delle industrie per la produzione di cotone organico in Benin cui ho accennato prima.
Possiamo affermare che chiunque si relazioni con voi (sia per donare che per acquistare) è sensibilizzato rispetto ai valori che trasmettete e sensibilizza. Ma che ci dici riguardo all’ attività educativa vera e propria, come funzionano i Vostri work shop?
L’attività educativa è variegata a seconda del target: periodicamente nei nostri pdv di Shepherds Bush Camden, si tengono work shop creativi per “conscious fashion victims ” o semplicemente curiosi che hanno voglia di imparare le basi del cucito e del ricamo per “ricreare” capi provenienti dal proprio personale guardaroba. TRAIDremade insegna!
Ma l’educazione arriva a più livelli, per le scuole elementari ad esempio esiste un vero e proprio “pacchetto” con una prima lezione teorica sul valore dei propri capi d’abbigliamento e sull’importanza del loro recupero per aiutare le comunità più povere e contribuire allo stesso tempo ad allentare il riscaldamento globale attraverso la riduzione dei rifiuti in discarica. Alla teoria segue la pratica che vede i bambini impegnati in laboratori pratici e nella raccolta, dai propri armadi, dei capi dismessi da donare a Traid. Da qui, in stretta collaborazione con i docenti, progressivamente si giunge alle università dove Traid è spesso ospite di meeting e lezioni dedicati al riciclo fino ad arrivare alla presenza presso forum internazionali di moda e costume.
Va anche detto che il pubblico dei nostri workshop o seminari è più ricettivo rispetto al passato, la mentalità della gente sta già naturalmente cambiando, è in corso un processo di attenzione, di “rivalutazione”, di riconoscimento del valore dei propri beni molto più forte rispetto al passato. Emblematico in tal senso il fenomeno dei “soap party” feste private che si tengono in casa, in cui ciascun invitato porta con se i propri capi dismessi ma ancora di valore per scambiarli con gli altri invitati.
Il mondo della beneficenza in generale è spesso tacciato di “opportunismo” e cura di un
interesse personale a discapito di quello sociale che è alla base della Vostra stessa attività. Come risponde Traid alle richieste di trasparenza?
Ogni dettaglio del nostro operato in termini economici è nella nostra dichiarazione dei redditi soggetta come tutte le Charity al controllo della Commissione Charity. Il 100% dei nostri proventi viene investito per i nostri obiettivi ambientali ed umanitari e più Traid cresce, più si fa alta l’attenzione, più prestiamo cura affinchè ogni aspetto della nostra attività venga comunicato nella maniera più trasparente.
Enedina Columbano tanti anni fa una ragazza partì dalla Sardegna per arrivare a Londra e imparare l’inglese, dieci anni dopo la stessa ragazza dirige e coordina l’attività di dieci negozi vintage legati allo sviluppo umanitario. Tanta strada e tanta passione, pensi che un modello simile sia replicabile in Italia?
Sinceramente, credo che l’Italia funzionerebbe moltissimo come Destination Point, quindi come raccolta, collettore di abiti dismessi, mentre sono più scettica rispetto alla vendita dell’usato per una questione storica e di mentalità. Qui in Inghilterra, come accennavo, al di là dei charity shop, comprare usato è naturale, è un’abitudine consolidata e dirò di più, alle volte acquistare vintage è un vanto, perché si è ben consapevoli che dopo quell’atto di acquisto si entrerà in possesso di un’esclusiva!
In Italia, per la gran parte della popolazione almeno, comprare usato rappresenta ancora uno stigma di povertà, e il negozio vintage “cool” rappresenta una nicchia. A Londra i negozi vintage sono numerosissimi e alcuni di essi hanno raggiunto livelli di notorietà e prestigio degni delle più rinomate boutique.
Ad ogni modo se è vero che la mentalità rispetto alla riduzione degli sprechi e all’attenzione all’ambiente sta cambiando un po ovunque nulla è da escludere, nel frattempo noi continueremo a lavorare, e a seminare i nostri valori con la passione di sempre e anche di più!
Marina Brudaglio
(Foto di Rufus Exton)
