Mercoledì, 08 Aprile 2009 11:01

Sior Todero, un inguaribile brontolon

Scritto da Christian Auricchio
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La commedia Sior Todero brontolon o sia Il vecchio fastidioso, meglio nota come Sior Todero brontolon, fu scritta in lingua veneta da Carlo Goldoni nel 1762. In quello stesso periodo il commediografo veneziano realizzò anche altre opere di ambientazione lagunare, alcune delle quali (I Rusteghi e Le baruffe chiozzotte) sono considerate tra le sue migliori commedie. Il motivo di tale successo è legato soprattutto all'esperienza artistica del Goldoni, oramai matura e capace di rappresentare con misura ed acume lo scontro tra generazioni e caratteri diversi. E proprio una delle commedie riconducibili al suo periodo migliore, torna in scena al Teatro Carcano di Milano. 

Brontolon3La scena si apre su un interno settecentesco, nel quale ogni oggetto testimonia la sobrietà forzata imposta dal padrone di casa, Sior Todero appunto (interpretato da un convincente Guido Bosetti), ricco sì, ma estremamente tirchio. Il motore della vicenda è il matrimonio combinato tra la nipote Zanetta (Caterina Bajetta) e Meneghetto (Tommaso Amadio). Nonostante si siano visti solo un paio di volte, tra i due giovani sboccia fin da subito un tenero sentimento: quando si dice il colpo di fulmine! Ma il vecchio Todero ha altri progetti per Zanetta: ha infatti intenzione di darla in sposa a Nicoletto (Umberto Terruso), figlio del suo factotum, in modo da aver sempre qualcuno che si occupi delle sue sostanze gratis e senza doverci rimetter la dote. Ma Nicoletto è innamorato (ricambiato) della serva della casa Cecilia (Silvia Ferretti), la quale, quando scopre i piani del vecchi Todero, va su tutte le furie. Come si può notare ci son tutti gli elementi per innescare litigi, equivoci e battute. 

A svettare su tutti i protagonisti in scena è ovviamente colui che dà il nome alla commedia, il Sior Todero: personaggio tanto antipatico quanto sincero, deprecabile per il suo attaccamento al denaro, ma coerente fino alla fine con la sua logica del tornaconto economico personale, anche a discapito del suo stesso parentado. La forza scenica di Sior Todero risiede proprio nella sua palese e non celata negatività: lui non è un cattivo che si finge buono, ma è un personaggio convinto delle sue idee, che non tenta minimamente di nascondere la sua natura, risultando al pubblico simpatico perché in fondo è quasi un eroe, in una società fondata sull'ipocrisia e sull'occultamento delle proprie debolezze. Tutti gli altri personaggi non possono far altro che confrontarsi con lui, soprattutto il suo parentado in quanto, in casa, Todero è onnipresente. È il capofamiglia e quindi esige obbedienza assoluta e indiscussa, in nome di quel denaro che secondo la sua mentalità gli conferisce autorità su  tutti quelli che da lui dipendono, familiari inclusi: "E mi son el pare del pare, e son paron dei fioi, e son paron dela nezza, e dela dote, e dela casa, e de tutto quelo che voggio mi". Lo stesso figlio Pellegrino (portato in scena da un simpatico Francesco Migliaccio, a cui è tributato un applauso speciale alla fine) si comporta come se fosse ancora un bambino intimorito dalla figura paterna e accetta supino i suoi ordini, salvo cambiare apparentemente idea di fronte all'altro potere forte della casa, quello della moglie Marcolina (Nora Fuser) che cerca in tutti i modi di contrastare i piani del suocero, senza però mai affrontarlo in prima persona. 

Dal punto di vista tecnico, la prima cosa da segnalare è la scelta coraggiosa di portare in scena il testo così come Goldoni lo scrisse, in veneto: nonostante qualche problema iniziale di comprensione, pian piano lo spettatore è sempre più coinvolto nella narrazione dei fatti e personalmente ho avuto come la piacevole sensazione di fare un tuffo nel passato.
Per quanto riguarda la scenografia, tutti i protagonisti ruotano attorno ad un nucleo centrale, una nicchia semicircolare a scomparsa, che rivela lo studio di Sior Todero, ove l'anziano patriarca siede su una vecchia poltrona.
Bosetti cura il suo personaggio nei particolari, dal trucco alla mimica regalandoci così un personaggio quasi mefistofelico. Assieme a lui un cast di attori, che nonostante le differenze di età, si rivela all'altezza della prova. A suggellare il tutto le musiche di Giancarlo Chiaramello che sottolineano i momenti clou della narrazione.
L'unica cosa che ci ha poco convinto sono state le luci di scena, spesso apparse fuori controllo. In ultima analisi però è stata una rappresentazione godibile, che conferma ancora una volta l'abilità del Goldoni di creare opere immortali ed eternamente fruibili.

Letto 10580 volte Ultima modifica il Giovedì, 09 Aprile 2009 00:45

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