Martedì, 04 Novembre 2008 15:42

Camillo Olivetti, un autentico capitano coraggioso

Scritto da Christian Auricchio
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In un periodo in cui si definiscono imprenditori illuminati persone capaci solo di lasciar buchi di bilancio o di prender parte a cordate a basso rischio, lo spettacolo scritto da Gabriele Vacis e Laura Curino, in scena la Piccolo Teatro Studio di Milano, rappresenta un vero toccasana: Camillo Olivetti, alle radici del sogno è infatti una vera e propria biografia del fondatore dell’omonima azienda torinese, ricca di aneddoti utili ad avvicinare il pubblico ad una figura forse meno nota rispetto a quella del figlio Adriano, ma altrettanto geniale ed innovatrice. Inoltre ha l’indubbio pregio di consentire al pubblico di fare i dovuti raffronti con gli attuali imprenditori italiani.

La narrazione degli eventi che rappresentano la vita dell’ingegnere di Ivrea è affidata alla stessa Laura Curino che con abile maestria porta in scena i vari personaggi che hanno affollato la vita di Camillo Olivetti.
La prima parte dello spettacolo è affidata alla madre di Camillo, Elvira Sacerdoti: di radici ebraico-modenesi, è una donna forte che si occuperà da sola dell’educazione del figlio, che fin dall’inizio si rivelerà essere una personalità eclettica e geniale. Infatti dopo essersi laureato in ingegneria al Politecnico di Torino, accompagnò il suo maestro Galileo Ferraris negli Stati Uniti, dove fu per due anni assistente di elettrotecnica alla Standford University. Sarà proprio negli States che il giovane Olivetti concepirà l'idea di impiantare un'azienda per la produzione di strumenti di misura elettrici, nonostante le perplessità dei suoi concittadini. A tal proposito Laura Curino, piemontese e conoscitrice dei suoi corregionali, ben rende questa diffidenza portando sul palco diversi personaggi semplicemente variando il timbro della voce e mimando alcuni tic: vediamo così la reazione dei contadini, ma anche della borghesia. Olivetti però è testardo come un mulo e decide di continuare per la sua strada e fonda ad Ivrea nel 1896 la C.G.S. (dalle iniziali delle unità di misura Centimetro Grammo Secondo).
Sempre in quel periodo incontra una ragazza, Luisa Ravel, a cui chiederà la mano subito dopo averla conosciuta: è a lei che è affidata la seconda parte della narrazione. Ed è propria in questa seconda parte che emerge ancor di più la personalità anti-conformista di Camillo Olivetti, capace di trasferire la sua fabbrica da Ivrea a Milano e viceversa nell’arco di pochi anni e di decidere di puntare su un nuovo core business, proprio nel momento in cui la produzione di strumenti di misura elettrici stava decollando.
Come accaduto in precedenza, anche stavolta gli ivreoti storcono il naso e scommettono tutto contro la nuova bizzarra idea dell’ingegnere piemontese, ossia produrre macchine da scrivere. Ma Olivetti ci crede talmente tanto da prenotare un padiglione dell'Expo di Torino del 1911, anche senza prototipo: una follia per molti, una scommessa vinta a posteriori, quando sotto gli occhi stupiti dei visitatori, il prototipo della M1 viene ultimato nel padiglione stesso dell’Expo, dove lo stesso Olivetti si occupa di stringere l’ultimo bullone.

Raccontata così però la storia di Camillo Olivetti può apparire come la storia di un imprenditore geniale, ma anche irresponsabile nei confronti dei suoi operai; in realtà Laura Curino ben mette in evidenza questo aspetto nella sua narrazione: Olivetti è infatti non solo un abile ingegnere, ma anche un socialista della prima ora capace di puntare tutto sui contadini di Ivrea, occupandosi personalmente della loro formazione e del loro sostentamento anche nei momenti di maggior crisi. Sarà proprio questa sua attenzione al prossimo a cementare il gruppo di lavoro intorno al suo fondatore, nonostante di anno in anno gli operai aumentassero sempre più.
Dallo spettacolo emerge però anche l’Olivetti marito e padre, che decide di trasferire, lui un socialista, la sua dimora in un ex-convento vicino alla sua fabbrica. E’ proprio in questo ambiente che si formerà Adriano, suo secondogenito e destinato a raccogliere l’eredità paterna e ampliarla (cosa che verrà narrata dalla stessa Curino in “Adriano Olivetti” in scena al Piccolo Teatro Studio di Milano dal 4 al 9 novembre).

Il racconto di questa vita operosa e piena di colpi di scena si dipana in modo avvolgente attraverso le parole e i gesti della bravissima e simpatica Laura Curino che da sola, circondata da uno sfondo nero, interpreta di volta in volta personaggi maschili e femminili, grandi e piccoli distinguibili tra loro per tic o cadenze particolari (Camillo Olivetti ad esempio ha una voce stridula e si rigira sempre un bottone sul panciotto). Riesce, insomma, a costruire scene e dialoghi in un monologo che non annoia mai e che giunge a termine senza che lo spettatore si renda conto di quanto tempo sia trascorso e meritandosi pienamente i cinque minuti di applausi. E’ inutile sottolineare che il merito principale di questo spettacolo è quello di rinverdire il ricordo di un grande imprenditore italiano, che grazie al suo fiuto riuscì a trasformare sogni in realtà, merce rara oggi nel panorama italiano dove si preferisce sempre più puntare su settori protetti e aiuti di Stato, con le inevitabili conseguenze che ormai sono sotto gli occhi di tutti.

Letto 9211 volte Ultima modifica il Domenica, 12 Aprile 2009 01:55

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