Domenica, 13 Dicembre 2009 17:10

La musicassetta, il meccano, gli aratri e i prismi

Scritto da Marco Settembre (Il_7)
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il7Andrea Cassetta, consapevole che qui in città in questo periodo dai Cassetti escono fuochi d’ar-tificio, insiste a lanciare messaggi pop-rock che tengono alta la concentrazione in tutta la squa-dra: “Cos’altro dovrei fare ora che non ci sei più, dimenticare la tua voce? Stanotte chiuderò i ricordi in un cassetto. Non l’apro più..!” e lo fa nel video “E’quasi Natale” come a sottolineare che i buoni sentimenti fanno fatica a svilupparsi in un contesto che non si è spurgato dalle paure: “Agi-sci d’istinto, trova le parole”.

L’approccio vagamente androgino del cantante-chitarrista ipnotizza il suo pubblico creando crisi Andrea_Cassettad’identità e disorientamento spaziale, mentre l’ottimo arpeggio acustico d’accompagnamento che regge la strofa si districa in una malinconia vischiosa, la quale solleva i suoi interrogativi nel ritornello, in cui la grinta indie porta ad escludere con nettezza l’apparato di pensieri ormai divenuti molesti. Nel video un ammiratore segue la ragazza, che sembra aver relazioni con diversi tipi, ma alla fine si scopre che ormai è per tutti solo un fantasma, non resta che deporre una rosa sulla sua tomba. La voce è ruvida e disincantata proprio per portare al giusto punto di cottura i fans che ammirano, in Cassetta, la capacità di fronteggiare con una fresca comunicativa i temi più cari ai “ciòvani”, come la ricerca continua, il rapporto con le illusioni, la lotta con le incertezze. La forma ascendente del riff di chitarra aiuta: “Ascolta il silenzio, impara a capire, affronta le paure...” In “Alcool puro” invece, la sezione ritmica si impone con un andamento vibrato e sincopato che energizza anche gli ubriaconi delle spiagge di Maracaibo, che infatti spesso ripetono anche loro: “Non voglio cambiare per te”. “Dietro una maschera” inizia con un fraseggio curvo di chitarra solista che prepara il terreno a intrippi mentali accavallati come i nervi delle gambe d’una ragazza bizzosa, l’inciso strumentale è anche molto interessante, forte-mente chiaroscurato, con note che impediscono di “...ridere di noi, ridere di me, ridere di TE...” perchè semplicemente evidenziano e scuotono tutti i tratti caratteriali balordi della signorina. “Ogni cosa è bella” ha una cadenza neo-punk alla Green Day, associata però ad un senso di leggerezza ritrovata, “mai pensare di mollare se le cose vanno male, il destino non è mai già scritto...”; anche se qualcuno, tipo lei, non crede in questi veloci raids elettrici nell’ottimismo, l’ autostima di un artista anche glam come il Cassetta deve zompettare giuliva ed arrampicarsi dal vivo sui piloni di sostegno del palco e fiondare scariche giù dalle casse acustiche, sennò si ricade nell’ansia da “Ultimo giorno”, in cui la voglia di strizzare gli occhi nello sforzo di trovare altre lacrime ed altre grida è supportata da arpeggi espressivi ed assoli che squagliano l’intensità in groppi sonori che prendono alla gola. Anche se restasse “Closed in a cage”, per dimostrare ancora una volta il suo talento da provato polistrumentista, Andrea riuscirebbe con la sua energia a trasformarsi in una gloriosa musiCassetta e riportare in auge perfino i mangianastri e i Tyrannosaurus Rex di Marc Bolan.

ZumaGli Zuma intendono sobbarcarsi il carico di un onirismo traslucido che traspone ogni elucubrazione in diagrammi sonori in cui la linfa dell’emozione scorre all’insù, contro l’ingrata forza gravitazionale. Benedetta Bianconi racconta risvegli spaesati in case con specchi distorti e situazioni che sfibrano, incontri con gente squallida che si cerca di non combattere, grida che si spezzano mentre la chitarra di Fabio Pizzuti, membro fondatore, tratteggiando ambienti sonori intrippanti, dà corpo agli inciampi dell’anima tra paraventi storti, a cui si cerca di sfuggire “parlando del tempo o... parlando del governo??” (“Parlare del tempo”). “e-Killing speed” inizia con una vibrazione, prosegue con la voce in versione robotica della lead vox, si lascia infiocinare da una frase tagliente e spigolosa della chitarra, e si appoggia su una struttura ritmica che conosce diversi cambi di tempo e le distorsioni brulle sia della sei corde, sia di un testo che si strazia nell’elenco di elementi di un meccano che “inaridisce il cuore”. “Permiano”, che prende l’avvio da una pulsazione arroventata, presenta anch’esso, sotto alle strofe cantate con senso fatalistico e teatrale, una frase ricorrente di chitarra che irrigidirebbe anche una maionese annacquata, ma quest’ultima è comunque presente tra gli incastri sonori splendidamente sconnessi che si evolvono a partire dalla metà del brano e si avvitano poi, sopra il drumming variegato e consistente, fino a determinare un avanzamento strumentale sclerato e marziale. La sperimentazione costante si srotola lungo onde sonore avvincenti, in simbiosi con una vocalità completa che crea risucchi drammAcidi in cui la psiche del senatore Cicchitto potrebbe deflagrare in una spirale urlante di ciccetti di carne cruda. Sia i momenti di rarefazione che quelli più convulsi, infatti, comunicano con tutta l’urgenza di un’emotività che si espande alla ricerca di spazi espressivi originali i quali si tingono di alternative neo-psichedelico, quasi progressive. (http://www.myspace.com/zumaitaly)

Progetto Migala è una realtà etnico musicale che affonda le radici nelle stoppacciosità del cuore Progetto_Migalaumano e nell’ humus odoroso di diversi territori della beneamata penisola, come Roma, Bari, Fro-sinone e Chieti e induce ad un viaggio emozionale purissimo con il raffinato spiegamento di forze strumentali capaci di unirsi al respiro delle bestie più mansuete e al roteare falsamente allegro delle giostrine nelle sagre di paese, e alla piega ombrosa delle tese del cappello d’un anziano corrucciato davanti al bar. La tecnica è sorvegliatissima, in modo che aderisca all’intenzione evocativa d’un repertorio poetico che attinge sia alle tradizioni delle varie tarante che alla ariosità ambient di chi sniffa il vento prima di parlare al mattino, e poi si pronuncia senza borbottare, ma al massimo ronzando come api intente al rifrullo d’una grossa corolla. Dalla Ciociaria a Roccagorga, da Roma alla Sardegna, eccetera, questo ensemble di musicisti effonde le sue sonorità con la consapevolezza che un contadino turkhmeno, se per caso si trovasse a far pascolare il suo gregge davanti al palco, saprebbe riconoscere l’afflato “World music” di quel linguaggio prevalentemente bucolico, ma universale, in quanto naturalistico, che unisce tutti coloro che si sentono coinvolti intimamente dalla forza di rotazione del pianeta che abbiamo sotto i piedi e che troppo spesso ci capita di “calpestare”. Già con “Viaggio primo”, lungo esempio del loro lavoro, che troviamo sul myspace, si fa palpabile l’impegno a tessere armonie tenere e pensose con la sensibilità traboccante di strumenti della tradizione e contemplazioni cariche di passione per vecchi aratri e per le nuvole dalle forme strane, che violini e tamburelli trasportano lontano, sorvolando le rughe ed i calli sulle mani.

Apple_Device Apple Device, formazione esperta di progressive romano, fluidifica a 77 piste cerebrali spunti sonori corposi trovando insperate connessioni tra frammenti di un funambolismo espressivo non comune che rintraccia i suoi modelli nella tradizione colta e virtuosistica del rock, Genesis, King Crimson e Yes, ed anche i Soft Machine per non dimenticare i dettati della scuola di Canterbury. E contaminando tutto ciò che è già contaminato con suoni altri e suggestioni anche del presente, per attualizzare una eredità corposa. Che le aspirazioni siano legittime si capta già all’ascolto di ”Muse”, fulgido esempio di incastonamento reciproco di pizzicati cauti, presto impastati da sonorità più visionarie ed intrepide, che poi ricadono nell’incanto rarefatto di intrecci di dita degni di uno storyteller dello spazio interstellare. “Worn-out” dipinge l’incedere grave nella neve di un druido con la testa a boccia, tutto preso dal metodico contrapporsi delle sue deduzioni sugli universi paralleli. “Starslave” è un intersecarsi di prismi sfaccettati da una chitarra oblunga al di sopra di una tundra in cui elfi rinnegati si scambiano i destini di uomini sconfitti come se fossero figurine, e gli sviluppi iridescenti dei diversi solos trascolorano l’uno nell’altro disponendosi a comporre una magia indefinibile, finchè il tracciato diventa geometrico-frenetico seguendo lo stile della “Discipline” frippiana, prima di concludersi con un ripensamento cheto, ottenebrato da ombre che farfugliano. La tastiera ottiene echi de Le Orme all’inizio di “Stain of Steel”, ma in generale il brano è epico e claustrale insieme, e riparte ogni volta con nuove evoluzioni dopo punteggiature arzigogolate, mentre la voce esprime angosce iniziatiche narrate però da un osservatore onnisciente; anche qualche fase a toni orientaleggianti trova modo di insinuarsi in un’architettura cupa in cui brulicano apparizioni teratomorfe, per combattere le quali sono indispensabili gli artefatti medievaloidi di un avventuriero poeta caustico. “Energy” si sviluppa dai silenzi indotti di un catecumeno, che fornisce spiegazioni sospese su una logica precaria a proposito della sua collocazione in un universo di nicchie smeraldine in cui miagolii di chitarre feline rinvengono simboli cosmici liberatori in una rete di ninnoli impolverati, fino alla rivelazione finale, sagomata tra architravi di stelle e autostrade corsare che passano tra cinture di asteroidi. La ripresa del cantato riporta lo scenario tra sentieri già battuti, gli stessi su cui l’uomo ha raccolto parole sufficienti a formarsi un senso tutto suo, mentre addentava una mela che è ad un tempo dispositivo mistico, stratagemma bellico e simbolo araldico, l’Apple Device, appunto. Vi prego, continuate!.. (http://www.myspace.com/appledevice)

Il_7 – Marco Settembre

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