Sabato, 10 Maggio 2008 13:00

Aldo Moro, una tragedia italiana

Scritto da Christian Auricchio
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[TEATRO]

MILANO - Alle 9,15 del 16 marzo 1978, in via Fani a Roma, la Fiat 130 guidata dall’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci, con a bordo l’onorevole Aldo Moro, viene bloccata da un commando di terroristi e crivellata di colpi. Cinque uomini della scorta vengono uccisi, il presidente della DC sequestrato. La vicenda umana e politica del rapimento Moro si consumò in 55 lunghi e (ancora) oscuri giorni.

Ad oggi non sono bastati 5 processi e 2 commissioni parlamentari d’inchiesta a fare definitiva chiarezza su quanto sia realmente accaduto.
A trent’ anni esatti da quei tragici fatti, Aldo Moro, una tragedia italiana riporta in scena i giorni del sequestro, della prigionia e dell’assassinio del presidente della DC. Lo spettacolo, scritto da Corrado Augias e Vladimiro Polchi, in origine era stato preparato per l’Istituto di Cultura Italiana a Parigi, visto però il grande successo, le repliche si sono susseguite e hanno portato la rappresentazione anche a Milano.

Spettacolo multimediale, si avvale di numerosi contributi video che illustrano le fasi salienti del rapimento di Aldo Moro, tratti sia dai telegiornali dell’epoca che da due recenti film sull’argomento (ossia Buongiorno, notte e Piazza delle Cinque Lune). Per quanto riguarda la narrazione si svolge su due piani: da una parte l’interpretazione “pubblica”, “istituzionale” dell’evento affidata alla voce narrante di Lorenzo Amato e dall’altra la prospettiva privata, affidata completamente all’interpretazione di Paolo Bonacelli.

Per quel che concerne l’interpretazione “pubblica”, è caratterizzata da uno stile giornalistico, da reportage: vengono infatti sì narrati i fatti, ma evidenziati anche i numerosi punti oscuri nella vicenda del sequestro Moro: dalla mancata perquisizione del covo di via Gradoli all’episodio sconcertante del lago della Duchessa nelle cui acque, secondo un falso comunicato delle BR che ancora oggi non si sa bene chi abbia scritto, sarebbe stato gettato il corpo esanime dello statista democristiano. E su questi punti Lorenzo Amato, voce narrante, invita il pubblico a riflettere con l’ausilio di vari documenti, tra cui le riflessioni profetiche di Pasolini prima del rapimento, ma soprattutto stralci di articoli di Sciascia, in cui lo scrittore siciliano si mostrava perplesso per la fermezza dello Stato di non voler trattare con i brigatisti.

Ad intervallare la narrazione di Amato, provvede Paolo Bonacelli con la lettura delle epistole scritte da Moro: si passa così dalle lettere iniziali, che sono di stampo politico e sono indirizzate principalmente all’allora segretario della DC, Benigno Zaccagnini a quelle sempre più disperate in cui Moro si rende conto che il potere che ha sempre pensato di avere era ormai scomparso: non a caso ci tiene a precisare che “…non accetto l’iniqua ed ingrata sentenza della DC. Ripeto: non assolverò e non giustificherò nessuno…”, quasi a voler sottolineare la complicità della DC in quello che di lì a poco sarebbe avvenuto. Complicità di cui gli stessi protagonisti dello spettacolo e parte del pubblico presente sono convinti, come è emerso durante la conferenza stampa. Non mancano poi le lettere alla moglie Eleonora e alla figlia Agnese che restituiscono al pubblico un commovente Moro, marito e padre.

Sul palco l’organizzazione scenica scandisce in maniera simbolica la situazione del Presidente della DC: Bonacelli è collocato in una fragile gabbia di metallo incastrata fra due pesanti blocchi neri che rappresentano da una parte la ragion di Stato e dall’altra la brutalità dell’eversione. Al centro l’individuo, in un momento cruciale della politica italiana: è infatti in atto un conflitto etico in cui lo Stato sceglie di non scendere a patti con i brigatisti seppure a spese di una vita umana. Fu la scelta giusta? Difficile a dirsi, considerato che ancora oggi quel dilemma scuote le coscienze di molti, politici e semplici cittadini: sicuramente le BR uscirono battute da quel crimine che scosse l’animo di un intero Paese, spingendolo ad una svolta.

La scena finale poi è alquanto emblematica: l’inquadratura che viene proposta è inizialmente un primo piano di via Caetani, via in cui fu ritrovato il cadavere di Moro. Lentamente il punto di vista si allontana fino ad fino ad abbracciare Roma nella sua interezza; sembra quasi un invito ad osservare la vicenda da una certa distanza e ad analizzare quei tragici eventi da un’altra angolazione, un’angolazione che permetta di avere una visione globale dell’ intero mosaico e non di una singola tessera.

Con questo spettacolo che fa riflettere e commuovere, Augias e Polchi esportano in ambito teatrale il reportage, rappresentando una tragedia nazionale che però non può trovare una piena catarsi a causa dei tanti misteri che ancora avvolgono le vicende narrate. In sala e fuori, inoltre, sono stato piacevolmente sorpreso: erano tanti i giovani presenti (scrivente incluso) che anche all’uscita dibattevano su Moro e la sua vicenda politica e umana, prova che lo spettacolo ha colpito nel segno coinvolgendo non solo chi quegli anni li ha vissuti e li ricorda ancora.

Letto 6603 volte Ultima modifica il Mercoledì, 06 Maggio 2009 22:39

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