Lunedì, 17 Novembre 2008 14:03

Dj Tullio: vita, musica e...radio

Scritto da Christian Auricchio
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Dopo Novecento al Teatro Libero di Milano torna un monologo di forte impatto emotivo ossia L’Ultima Radio (dal 12 al 25 novembre). Il protagonista assoluto stavolta è Tullio Solenghi, a cui è affidato il compito non facile di dar voce a Michi, un brizzolato conduttore radiofonico dal passato burrascoso.


Il flusso di coscienza che porta Michi a raccontar la sua storia è innescato dalla (lunga) attesa di una telefonata da parte di qualche radioascoltatore durante quella che per il maturo Dj è l’ultima diretta: inizia così un coinvolgente racconto che parte dagli anni ’70, per poi dipanarsi dal punto di vista narrativo e musicale fino ai giorni nostri. Sono anni densi quelli narrati dal protagonista, densi da tutti i punti di vista, ma nonostante ciò Michi attraversa questo periodo sempre da non-protagonista o da protagonista per caso, come lui stesso si definisce.

Cerca di lavorare in radio senza successo, va in Inghilterra per cercare di trarre qualche beneficio della rivoluzione sessuale in atto, ma senza riuscirci, viene ferito durante un corteo, ma per sbaglio, inizia a drogarsi, ma per amore della sua donna. Infine decide di mettersi in proprio aprendo una radio tutta sua, Radio Libera, in cui novello don Chischiotte lotta contro i mulini a vento rappresentati dai CD, ostinandosi ad usare il vinile che reputa più seducente della musica digitale. Ma nell'epoca dove regnano lo share, l'auditel e le grandi multinazionali della musica, Michi non riesce a stare al passo, nonostante il suo programma sia bello, interessante e onesto, nonostante Michi ci metta il cuore in quel che fa. Certo non ha l’ indole polemica del Bogosian di "Talk Radio" o l'impegno politico di Peppino Impastato, ma il suo è un programma che si fa ascoltare.

In scena la narrazione prosegue inesorabile, dai momenti comici (in cui Solenghi rispolvera tutto il suo repertorio migliore con un effetto dirompente in sala) si passa a quelli tragici: il carcere, la disintossicazione, la nascita della figlia in un vagone ferroviario abbandonato, la morte della fidanzata eroinomane. E un viaggio che porta il protagonista sempre più in basso, fin quando uscito dal carcere disintossicato vede per la prima volta sua figlia Elena e piange, piange calde lacrime tanto da svegliar la piccola.

Inizia così il riscatto o almeno si spera: Michi lavora prima per una radio, poi però una volta licenziato decide di mettersi in proprio con altri due compagni, i quali però si rivelano ben presto poco affidabili, al punto di sparire con la cassa. Nonostante le avversità però Michi va avanti anche se il vero problema del nostro protagonista è che la sua è una piccola radio, totalmente autogestita da una sola persona, che a 49 anni non ha più la forza di fare il ribelle: troppi cavi, antenne e satelliti hanno creato un mondo di colossi, un mondo dove una piccola radio come Radio Libera ha una sola libertà…quella di affondare con tutta la nave nelle onde a modulazione di frequenza. Ma è nel momento in cui ancora una volta Michi tocca il fondo, al punto di tornare a bucarsi, che la speranza torna nella sua vita attraverso una telefonata in diretta, una telefonata che squarcia il silenzio della sala di registrazione vuota e pronta all’ultima trasmissione…chi sarà mai?

Dal punto di vista scenico, tutto il racconto ruota intorno ad una scena scarna, basilare, quasi metafisica formata da una vecchia radio a valvole, un tavolo con due sedie e un parallelepipedo di plexiglass allestito a mò di sala di registrazione. Le musiche rappresentano invece il secondo protagonista de “L’ultima radio” : sono infatti prese dal repertorio della vita di tutti spaziando da Bob Dylan ai Sigur Ròs, dagli Stranglers a Giorgio Gaber, passando per De André e per Janis Joplin, con un occhio critico all’evoluzione del gusto e delle mode che hanno cambiato la musica e la radio stessa nel corso degli anni.

Insomma, nel caso non si fosse capito da quanto scritto finora, ritengo che L’Ultima Radio sia uno spettacolo che merita di essere visto per le belle atmosfere ed emozioni riesce ad evocare e per il giusto mix tra serio e faceto. Un inedito one-man-show, che sembra cucito su misura per Tullio Solenghi da Sabina Negri e dalla regia di Marcello Cotugno. Lo spettacolo inoltre consente a Solenghi di render omaggio anche a chi come Peppino Impastato e Edwin Armstrong, dalla modulazione di frequenza son stati resi “celebri”: il primo come martire della mafia, il secondo come suo inventore. Dopo i meritati applausi finali, il mattatore Solenghi non dimentica nemmeno Roberto Saviano, cimentandosi nella lettura di due toccanti pagine tratte da Gomorra, dedicate a don Giuseppe Diana, prete campano ucciso dalla Camorra per essersi rifiutato di dare i sacramenti ai boss. Insomma, uno spettacolo a tutto tondo e dalle tante sfaccettature, ma che ha l’indubbio pregio di non lasciare indifferente il pubblico in sala. 
Letto 7777 volte Ultima modifica il Domenica, 12 Aprile 2009 01:50

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