Martedì, 19 Maggio 2009 10:21

L’attesa, il cammello, le ossa e i funghi

Scritto da Il_7 (Marco Settembre)
Vota questo articolo
(0 Voti)
[IL_7 SU...]

il7Andrea Di Carlo alla voce e al basso affastella strati di malinconia su strati di rock, coadiuvato dagli accordi di chitarra di Santuz e dalla batteria di Raffaele Violante. "Se e quando" è costruita su un giro di chitarra ondulato che comprende anche uno scampanìo incantato che accompagna la cadenza esasperata della voce: "Sembra che l'attesa finirà ma se permetti manca qualcosa".

La pazienza sarà anche una virtù ma consuma chi ne abusa al punto di lasciarlo sfatto e depo-tenziato anche quando arriva il momento buono. "Non c'è più quello che cercavo, non sei tu A.DiCarloquello che volevo, davvero... Se e quando arriverà". L'assolo conclusivo convoglia le energie rimaste in un vicolo cieco di rassegnazione che fa almeno del protagonista uno spettacolo emo-tivo, un brano comunicativo. "Adesso" punteggia di squarci di chitarra liberatoria l'appello di chi non può più aspettare, di chi spinge a farlo adesso, a prendere tutto. Il "domani..." è sfumato, nell'atmosfera, ma la chiarezza dell'arrangiamento non può dipendere in eterno dal procrastinare le soddisfazioni, perchè se poi esse giungono tardive, sono meno apprezzate; a meno che ogget-tivamente non ci sia ancora il tempo pop-rock per concedersi i giusti tempi. "Un secondo" è una pozza di pensieri iniziale da cui prende il via il ritmo di una reazione che si oppone allo star male, fissi sulla disillusione che "tutte le speranze in fondo al cuore" siano irrecuperabili, invece sono solo pause nell'arrangiamento di una vita, segnata dall'accavallarsi di nervi, dall'avvicendarsi di voli ed ansie. Di Carlo tra le sue varie esperienze vanta anche quella di bassista per gli Zenyatta, una tra le migliori tribute band dei Police, e questo gli dà diritto di insistere su una formula chiaro-scurata, dai giusti fermenti strumentali, in cui la voce si staglia eloquente tra i diagrammi pensosi dell'anima e le insorgenze impazienti d'una chitarra duttile che s'infiamma: "Un posto diverso".

The_SassiThe Sassi non hanno affatto il cuore di pietra, a anzi si mettono ontologicamente in contatto sia con le forme più dirette e concrete della vita, sia con le speculazioni filosofiche più ardite. Quando loro suonano, le telefonate corrono nei fili d'erba, ed il sole diventa una grancassa bollente, ed in una TV anni '50 appare "La Dea dell'Amore", dalle forme di una chitarra per la quale l'amore dato e le note suonate non contano tempi pari: "E quando sei nata per amare questo porta solo dei guai". "Shikata ga nai" è una proposta complessa ma molto appagante anche sotto il profilo dell' orecchiabilità, tra introduzioni acustiche, trepidi accompagnamenti pianistici, cori ariosi e strappi elettrici e con una coda in cui, sulle note allungate del distorsore, si riaffaccia il coro mistico che già in precedenza ci aveva sollevato in alto. "Cammello" nasce da un appeggio appena abbozza-to che poi sfocia in un brano dall'andamento inizialmente guidato dal basso ma poi sostenuto anche dagli altri strumenti e dalla voce, che non si eclissano in un miraggio ma si prendono sicuramente una vacanza nel deserto: "attraversiamo insieme la cruna di un ago" con tutta la loro carovana di neo-psichedelìa all'italiana. Ci piacerebbe suggerire, oltre ai Camel, un'accostamento ai Caravan, ma Mirkos il Veggente Astrologo Madre-Natura (?) che legge il futuro su piccole pietre (citato nel myspace dei Sassi su "perchè sassi - part 2") dubito sia di Canterbury o che non sia impegnato a studiare la Luna ma solo per capire come sbarcare il lunario. I Beatles del periodo sperimentale possono forse bastare a delimitare infatti l'universalità olistica di una musicalità sognante eppure diretta, capace di scapigliature stilistiche "altèrnative", ma per annusare piccole rocce raccolte nel bosco e farne il perno di una metacomunicazione tra anellidi, tempeste di meteoriti e ragazze di strada esiste il prog o il protoprog, vedi anche i Renaissance. Ma anche i Sassi lo sanno! Ascoltano tutto e da ogni influenza si distaccano perchè non vogliono fare come quello che: "Oggi ho fatto una cosa che mi fa stare male: pensare" ("Pensare"). "Se le scelte sono tante, qual'è quella vincente?" Quella più misticheggiante e variegata non è male.

Mila Hertzel in un clima da ultimi assalti, alla luce di assurdi falò, brucia le ultime illusioni, le Mila_Herzelfalse gioie e le ridicole ipocrisie con una cascata di note arroventate e di suoni d'allarme e in un clima da coprifuoco. Non c'è spazio per sofismi e bizantinismi nel linguaggio ruvido di questo plotone di guerriglieri, il grunge si impone con la sua legge implacabile, cantandole chiare anche a chi "nascosto dietro ad una divisa agisce sempre a modo suo". La strofa è tratteggiata con una rigidità che esprime tensione, ma il tono della voce è sordo, come di chi controlla il proprio sdegno; la tonalità degli accordi nel finale cresce ma, appena dopo, si smorza: un assolo sarebbe stato di troppo? "La sindrome di Achille" si apre con un riff di chitarra ripetuto ma dà spazio a una voce che spara a zero a chi vuole plasmare a suo piacimento. "Stupenda sei, sono cazzi tuoi, se la tua vita non va cosa vuoi, prendi una corda e poi tirala più che puoi", ed anche: "Supinamente ti poni controcorrente ma ti accorgi che poi vai contro i principi che hai..." L'andamento è marziale e deflagra in un ritornello ossessivo  ("Tutto è un ripetersi di niente, nella tua mente") che seppellisce tutta la faccenda  sotto cumuli di ossa di pollo dipinte di nero. "Lenta Mila" serve per dire che "non posso ridere, non posso piangere", e allora arroto chitarre e canto melodie oscure come notturne evocazioni "...dei desideri miei". "Woodstock" comincia con una sequenza di toni acuti di chitarra, che viene richiamata a metà brano, giocato ancora una volta sul reciproco fomentarsi di basso, chiarra e batteria, il nucleo del rock. E ci spiazza la notizia che in futuro la band integrerà tastiere e campionamenti nella propria struttura; per il momento sono riflessioni contratte e furia indie-punk.

Gaia_GrooveI Gaia Groove sono un progetto evoluto che da testi e voce impostati sulla tradizione dei night club italiani e su cantautori come Vinicio Capossela, prende l'abbrivio per inanellare, uno appres-so all'altro, blues classico e moderno, jazz, folk e frange del rock anni '70. Non si accontentano quindi di soddisfazioni come quella di aprire nel 2007 il concerto di John Mayall, ma elaborano con continuità composizioni sofisticate e vistosamente innovative, occasionalmente cantando an-che in inglese, come in "Road to Suva", che infatti si snoda intorno ad una chitarra alla Vaughan, ma prevalentemente vestono di suoni sofisticati e di strutture armoniche gustose testi in italiano effettivamente non banali. A tratti compaiono ospiti anche trombe e sassofoni, ma loro, senza "la paura delle cose più strane - c'è chi non sopporta neanche le rane", si spingono con parti vocali mezzo cantate e mezzo narrate a raccontare gli umori di un "Pipistrello nictofobo" che "non s'è visto mai" ma neanche "si arrende mai!" E' però soprattutto il piano a conferire ai brani una patina di languido classicismo degradato in compiaciuta decadenza degna di re detronizzati "tristissimi!...", forzosamente fiduciosi di "incontrare la donna giusta che non deve chiedere mai ma nessuno ci contava perchè quella sera si suonava solo per me" ("Piazza dell'Immacolata"). Le spazzole della batteria spatolano nelle retrovie e l'ensemble biascica "futili ciarle intrattenendo vagabondi e barboni e cantammo sguaiati blues fino anche a scassare i..." Un'altra volta ci si rifarà vivendo tutte insieme "Nove vite" da supereroi del jazz strombazzato: "Cazzi amari sono per la società... e vivo al massimo la mancata sobrietà". "Fungo a colori" è invece una ballata blues che viaggia alla ricerca di un mondo migliore e che intanto, vagando tra le note di chitarra abbondanti come il polline di maggio, si stende con un piglio deciso tra spiagge colorate di odorose capanne-funghi in cui alcuni bluesmen freak hanno stabilito la seconda casa. Non è che sub-affittate, qualche volta?

Letto 10271 volte Ultima modifica il Martedì, 19 Maggio 2009 11:03

Lavora con noi!

Entrare a far parte del sistema MArteLive significa diventare parte di una famiglia e un collettivo di giovani organizzatori di eventi e artisti che da 20 anni innova il panorama artistico culturale italiano con decine di progetti e iniziative spesso in origine apparentemente impossibili ma poi puntualmente realizzati.
Siamo alla continua ricerca di giovani motivati e disposti ad accettare ogni tipo di sfida e soprattutto con una naturale capacità di adattamento e problem solving.
Il mondo della cultura e dell'organizzazione di eventi è più duro di quanto si pensi. 


MArteLive | Tutti i diritti riservati © 2001 Associazione Culturale Procult | P.IVA 06937941000 | Privacy | Contatti