Venerdì, 06 Febbraio 2009 12:50

True West vs American Dream

Scritto da Christian Auricchio
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Scritta nel 1971 e messa in scena per la prima volta in California nel 1980, True West (Vero West nella trasposizione italiana) è considerata una delle migliori commedie scritte da Sam Shepard, il commediografo, attore e scrittore statunitense considerato da molti critici come il vero erede del grande teatro statunitense.

Il momento di massimo successo dei suoi testi è stato a cavallo tra gli anni ’70 e ‘80, periodo in cui la sua opera ha saputo rappresentare lo specchio inquieto di una nazione che si stava interrogando su se stessa, sulle proprie radici e sul senso da dare ai valori del passato. E Vero West è davvero una summa di questi elementi. Infatti i due protagonisti dell’opera, tornata in scena al Teatro Libero dal 27 al 31 gennaio dopo il successo riscosso nella scorsa stagione teatrale, sono la chiara espressione dei taciti conflitti e del sottile spaesamento che dominava (e domina?) quel periodo storico.

Sulla scena spoglia e posta su un piano inclinato, appaiono fin da subito i protagonisti ossia il grande commediografo Austin (interpretato da Corrado d’ Elia) e il piccolo criminale Lee (portato in scena da un credibilissimo Jurij Ferrini). Sono due fratelli ma che fin da subito appaiono al pubblico diversi tra loro: il primo è infatti un uomo di successo, emblema del sogno americano, scrittore di sceneggiature per Hollywood; l’altro, invece, è un outsider giunto fino in California dopo un lungo vagabondare senza meta, portavoce di quell'anima selvaggia che caratterizza l' America di frontiera.
I due si incontrano nella casa di famiglia dopo cinque anni di lontananza e dopo la partenza della madre per l’Alaska. E’ un incontro conflittuale fin da subito: troppe sono le differenze tra i due, troppe le incomprensioni. Ma lo status quo è destinato ben presto a cambiare: infatti la loro vita si capovolgerà improvvisamente nel momento in cui Lee incontra casualmente in casa una produttrice hollywoodiana (Roberta Calia), in visita per concludere un contratto milionario con Austin, alla quale le propone il soggetto di un western moderno, basato sulle sue personali esperienze, che viene imprevedibilmente accettato, nonostante sia una storia sconclusionata.
Si innesca così un oscuro scambio di ruoli: l'intellettuale Austin, sempre più fragile, si ubriaca e inizia a rubare tostapane per dimostrare di esser all’altezza del fratello, mentre contemporaneamente lo spiantato sogna di arricchirsi e di sistemarsi una volta per tutte. Il guaio è che Lee non sa scrivere (e in verità non sa nemmeno parlar benissimo) e dunque vorrebbe che il suo fratellone, che ha studiato tanto, ascoltasse la sua storia e la scrivesse per lui. Nonostante le perplessità i due decidono di collaborare: inizia così una delle scene più divertenti dell’opera, con Austin alla macchina da scrivere e Lee che detta il suo racconto all’incredulo fratello che cerca di dare un senso alla storia. La collaborazione non durerà molto e giungerà all’inevitabile confronto-scontro fatto di ricordi di infanzia (caratterizzata da un padre alcolizzato e una madre stravagante), confidenze e invidie reciproche sui proprio diversi stili di vita.
Ed è proprio sulla differenza di stili di vita che Austin e Lee inizieranno una lotta in cui ciascuno cercherà di sopraffare l’altro, ma dove alla fine sarà lo stesso Austin a “soccombere”, implorando il fratello di portarlo via con sé nel deserto, lontano da un mondo che sente non appartenergli.
L'epilogo è ben più drammatico, la storia si trasforma, la madre appare ai due come una visione: si giunge così all’invitabile finale in stile Caino e Abele, in cui l’unico grande sconfitto è il mito del sogno americano incapace di sopravvivere alle avversità della vita.

E’ indubbio che un simile testo, anche se scritto negli anni Settanta, appare quanto mai attuale in tempi così incerti come quelli che stiamo vivendo.
La regia, affidata a Sergio Maifredi, vincitore con Vero West del Premio Nazionale della critica 2007-2008, sfronda la vicenda puntando all’essenziale e lasciando spazio solo alla lotta tra i due fratelli, lotta che viene scandita da stacchi di luce e suoni, che consentono il passaggio da una scena all’altra, passaggio che avviene davanti agli occhi dello stesso spettatore, che nella penombra può vedere le “scene di collegamento”.
Nonostante tutto, però, la trasposizione teatrale non è stata proprio convincente: inizio piuttosto lento, qualche fuoco d’artificio legato agli ironici dialoghi della parte centrale dello spettacolo e in chiusura, il drammatico e visionario epilogo. In ultima analisi il vero assente dalla rappresentazione mi è parso proprio il ritmo: nonostante l’indubbia bravura degli attori, qualche calo di pathos in scena (e di attenzione nel pubblico in sala) è innegabile.

Letto 8702 volte Ultima modifica il Sabato, 11 Aprile 2009 19:23

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